di Flavia L.
Sbracato racconto di vita; sgraditi allarmismi sulla mia sanità mentale.
Un nuovo sogno. Inaspettato come un temporale estivo. Mi trovo dentro ad un tunnel, semibuio, pieno di sporcizia e sento che c’è qualcosa nell’aria, come se si stesse per scatenare un’epidemia. Alla fine del tunnel, ai miei occhi si apre una landa sconfinata, circondata da un bosco scuro e sinistro. Fa freddo e c’è un vento fortissimo. Le raffiche piegano gli alberi e li fanno ululare. Il cielo, già molto nuvoloso, si oscura del tutto, coperto da un’infinità di piccolissime nubi nere che corrono veloci come saette sopra la mia testa. So cos’è: è la malattia, l’epidemia, che mi ha raggiunto. Mi porto dietro (ma dietro da cosa?da dove vengo e dove sto andando?) un grande cuscino color ocra, sbiadito e consumato dal tempo, e lo tengo stretto fra le braccia, temendo che il vento me lo strappi via: ma non può succedere, è troppo grande, troppo pesante. Eppure, in un attimo, una raffica me lo strappa con furia, lo fa roteare nell’aria, lo scaglia lontano da me. Io inizio a rincorrerlo, col cuore alla gola, in preda al panico e all’ansia, perché so che l’unica cosa che devo fare è non perderlo. Lontanissimo da me il cuscino piomba a terra, e una piccola donna tutta trasandata e sporca corre a prenderselo, rubandomelo sotto gli occhi; poi, all’improvviso, si materializzano intorno a me tante persone, pallide come fantasmi, e mi urlano di non farmelo rubare, che è tutto ciò che ho e che se lo perdo non avrò più nulla. Ma ormai è troppo tardi: la donna è scomparsa e con lei il mio cuscino. Sono disperata, mi travolge un terribile senso di colpa. Mi sento nuda, non so dove dormirò, né quello che farò. Ho paura, terribilmente paura.
Quando mi sveglio da sogni del genere mi sento come paralizzata dallo spavento. Ho ancora addosso una sensazione forte di angoscia, come se qualcosa del mio io nel sogno ancora mi stesse parlando. E’ come se i mondi del mio inconscio e del mio conscio si incontrassero, solo per un istante, prima che io mi rimpossessi totalmente della mia razionalità e in quel breve attimo io riuscissi a vedere cosa c’è in quel mondo della mente, così rarefatto ed impalpabile. E’ come guardare da un vetro appannato, o dal buco di una serratura. Ogni volta ci ritrovo la stessa ragazza impaurita e disorientata, che mi chiede aiuto con lo sguardo, ma non osa parlarmi. Non è quantificabile questo tempo, non so neanche se è qualcosa che si svolge nel tempo della realtà o solo nel tempo della mia mente.
I miei sogni, molte volte, sono sogni di malattia, di morte, di terrore, di paura e di preghiera. Sono sogni in cui il male è in agguato, è vicino a me, di cui sento il respiro sulla pelle. Sono sogni pregni di un simbolismo un po’ oscuro, un po’ inquietante: niente ha il minimo senso, preso singolarmente, ma insieme, ogni cosa animata o inanimata, sembra funzioni, sembra che mi parli e che mi suggerisca qualcosa. Quando tento di ripercorrere l’esperienza vissuta dal mio inconscio in un sogno, mi sconvolge la profondità della mia mente, il grado di complessità che essa raggiunge, come se il mio cervello passasse da una forma quadrata ad una prismatica e in quel prisma, dove le pareti non sono più calcolabili, non c’è più prospettiva, non si individuano più le entrate e le uscite, la mia mente si riflettesse in una miriade di specchi, si scomponesse e divenisse infinitesimale. Scopro così che il mio cervello ha potenzialità assolute, è un organo a sé, che io non controllerei affatto se esso non mi permettesse di farlo: non potrei imbrigliarlo se non fosse lui a lasciarselo fare. E tuttavia mi domando cosa succederebbe se potessi non dominarlo più e cedergli invece il controllo di me stessa, magari solo una piccola parte. L’idea mi intriga, solletica la mia fantasia, ma al tempo stesso mi terrorizza. So che non sarei più la stessa e che nessuno più mi riconoscerebbe, che forse potrei sprofondare nella più totale pazzia, nella più inguaribile delle insanie mentali; ma so anche che la mia capacità intellettiva e percettiva si potenzierebbe a tal punto da riuscire a decifrare il più complesso e raffinato dei crittogrammi: l’universo intero e le leggi che lo governano.
Tempo fa, trovandomi a Parigi, mi capitò di visitare la mostra di un’artista francese, Louise Bourgeois, al centro Pompidou. Le opere che vidi mi colpirono profondamente e misero in moto dentro di me un lento, sofferto affiorare di sensazioni fortissime che quasi mi stordirono. Mi sentii vacillare, così assalita da quella tempesta emotiva. Mi parve, camminando in quelle stanze adibite per l’esposizione, di essere catapultata inaspettatamente in uno dei miei ricorrenti sogni notturni, giacché mi trovai di fronte a sculture ed oggetti dai colori vividi e dalle forme più ambigue, che sembravano mutare ad ogni battito di ciglia, e mi evocavano uno strano e contraddittorio senso di maternità misto ad un non so che di primitivo e ferace. C’erano poi delle celle, simili a piccolissime stanze circolari, circondate da porte di legno; fra una fessura ed un’altra delle porte, unite fra loro a formare come degli esagoni, si scorgeva all’interno e si intravedevano a fatica oggetti di ogni sorta: letti sgangherati, carillon invecchiati, avambracci e mani che si toccavano e si stringevano, forme trafitte da frecce, appese alle pareti consunte, sottane ingiallite, schegge di ossi… Ognuno di questi oggetti calamitò il mio sguardo e quasi mi ipnotizzò, intorpidendomi le gambe: sentii un forte bisogno di entrare nelle celle, di vedere più da vicino, di toccare con le mie mani, ma c’erano quelle robuste porte ad ostacolarmi. E poi, superato lo stordimento, camminando oltre, mi trovai in stanze semibuie piene di gabbie, al cui interno penzolavano decine di sedie impagliate, vecchie e spesso zoppe, e ingabbiati, insieme alle sedie, numerosi altri oggetti, di nuovo inaspettati ma gravidi di angoscia.
In quel pomeriggio d’inverno, colsi forse per la prima volta l’essenza dell’arte contemporanea: quella capacità sconcertante di penetrare la mente e porti di fronte a qualcosa che razionalmente non sai spiegare ma che ti mette in contatto con la parte più recondita e oscura della tua mente, con tutto quel convulso pompare di sensazioni che non riusciamo ad esternare con le parole. E’ un’arte che ci psicanalizza e ci atterrisce per la sincerità con cui ci parla di noi stessi.
Presentazione
Incontri di anime che, indossando l'abito pret-a-porter dello schermidore letterario e incrociando le lame con dei leitmotiv prescelti, dispongono su un tavolo comune esperienze, spunti e traguardi, sotto l'egida del disimpegno. I susseguenti dibattiti, intuitivi e fugaci, non li riportiamo per mancanza di tempo e anche, invero, per quel rispetto sacro che si deve all'autore: caro navigatore anonimo, puoi dunque cogliere l'occasione per esplorare testi e tematiche in tutta verginità riflessiva e quiete. E, se le considerazioni altrui a un certo punto attizzassero in te, vivo, ma educato e controllato, il fuoco della partecipazione critica, rilassati: nessuno ti negherà il diritto a un'espressione liberamente civile su queste stesse pagine binarie.
Buona lettura.
Buona lettura.

1 commento:
http://quasiscrive.blogspot.com
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