Presentazione

Incontri di anime che, indossando l'abito pret-a-porter dello schermidore letterario e incrociando le lame con dei leitmotiv prescelti, dispongono su un tavolo comune esperienze, spunti e traguardi, sotto l'egida del disimpegno. I susseguenti dibattiti, intuitivi e fugaci, non li riportiamo per mancanza di tempo e anche, invero, per quel rispetto sacro che si deve all'autore: caro navigatore anonimo, puoi dunque cogliere l'occasione per esplorare testi e tematiche in tutta verginità riflessiva e quiete. E, se le considerazioni altrui a un certo punto attizzassero in te, vivo, ma educato e controllato, il fuoco della partecipazione critica, rilassati: nessuno ti negherà il diritto a un'espressione liberamente civile su queste stesse pagine binarie.
Buona lettura.

Circolo Letterario Nomade

Sudditanza Psicologica?

di Leonardo F.

Per i Neozelandesi il rugby rappresenta molto più di un semplice sport: si tratta della loro stessa identità nazionale, del loro polmone pulsante attraverso il quale sono perlopiù conosciuti nel mondo.
Circolano varie leggende sugli All Blacks: la più nota narra che si vestano tutti di nero in segno di lutto per gli avversari. Non male vero? E che dire poi della mitica Haka, che viene intonata prima dell’inizio di ogni incontro? Una danza di guerra che richiama un passato ancestrale, allorquando, nella notte dei tempi, dal caos cosmico prese forma il nostro pianeta. Un ricordo rivolto agli antenati che sono sempre vivi in loro, i quali combatterono contro nemici d’ogni razza e provenienza in difesa d’uno sparuto gruppetto di isolette sparse nel Pacifico: in breve, una forte simbologia d’identità e appartenenza, epidermica e mentale.
Immaginate uno stadio gremito che di colpo si ammutolisce allorquando il capitano della squadra dà inizio alla danza: dietro di lui altri 14 neozelandesi incazzati che si percuotono petto e ginocchia, strabuzzando gli occhi e mostrando in segno di sfida la lingua: 15 animali inferociti e pronti a tutto. Molte formazioni avversarie girano loro le spalle, non li guardano neanche, perché, dicono, la haka terrorizzerebbe anche Lucifero in persona.
In questo c’è certamente molto di psicologico: annichilire gli avversari freddandoli ed impaurendoli fino ad immobilizzarli, come le 15 statue che circondano gli Uffizi di Firenze; far capire loro che non potranno vincere, e che presto saranno travolti da un’enorme nube nera.
Eppure sono più di vent’anni che gli All Blacks non vincono la coppa del mondo, da quel lontano 1987 che li vide, per la prima ed ultima volta, sul tetto del mondo. Ma il rugby è un gioco strano, in cui i pronostici sono spesso ribaltati.
Resta però il fatto, indiscutibile tra gli esperti, che restino sempre e comunque i migliori, dai maestri maori ai bianchi tatticamente preparatissimi: centinaia di chili di forza esplosiva, velocità, cuore e spavalderia. Irritanti a volte, ma pur sempre leggende viventi: professori della nobile arte della palla ovale.
E poi tutti sanno che, come scrisse qualche anno fa il giornalista sportivo, nonché ex nazionale italiano Marzio Bruseghin, “Giocare contro gli All Blacks è come prendere un’autostrada piena di camion contromano, e sperare che vada tutto bene”.

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