di Maria Rita D. B.
E su e giù, attenta agli angoli, fa che i finestroni splendano, non dimenticare di spolverare le carcasse delle luci al neon, strizza bene l’acqua dagli stracci, e su e giù, dal letto trentasei al cinquantanove, cambia ancora lenzuola, copriletti, butta tutto nel cesto dei panni sporchi,porta in tintoria e cambia i corredi con panni odorosi di bucato disinfettato,e su e giù,i pavimenti a fondo,e prima di timbrare il cartellino,non ti dimenticare di cambiare i cestini nei bagni.
Quando m’avevano offerto questo lavoro,mi avevano anche detto:”signora,si ricordi che nel fare le pulizie,i malati li vedrà bene in viso.”
Ma io che dovevo fare,povere anime,quei figlioli miei,dovevano pur saziarsi l’appetito,e così,il giorno dopo arrivai chiusa nel mio camice arancione da inserviente,con un tranquillante che mi circolava nel sangue,e,raccolti secchio e scopettone aprii da sola la porta del reparto “malattie genetiche”.
Con un fiato esercitai un buongiorno poco convinto e mi fissai sul pavimento,d’altr onde era quello il solo obiettivo da centrare.
Sbrigai le mie cose in modo disordinato,mi ovattai in un non vedo non sento non parlo,distrattamente udivo in sottofondo il bip cadenzato dei macchinari,sperando solo di non avvertire alterazioni di alcun genere,fischiettai motivetti allegri nella testa,e nell’attesa che asciugasse la lingua misera di quel corridoio,decisi di animarmi andando a prendere uno di quei caffè poco invitanti che le macchinette ristoratrici erogavano per qualche centesimo.
Trascorsero alcuni minuti, forse dieci, quando, entrata nuovamente nel reparto,mi accorsi che l’acqua,invece di essersi asciugata,mi bagnava le caviglie,e in quel lago,galleggiava una schiuma spumosa rossastra,frutto del detersivo che qualcuno si era divertito a spargere per il camerone.
Non replicai,non alzai lo sguardo,conservai per me la lista di imprecazioni del caso e,armandomi di pazienza,con l’aiuto dei secchi,asciugai per bene l’alluvione e,in ritardo di un paio d’ore,timbrai per l’orario d’uscita.
La mattina dopo mi accolse una voce: ”Volevo solo vedere com’è il mare quando s’incazza”.
Sapevo che il momento di fermare gli occhi su qualche mostruosità della natura sarebbe arrivato prima o poi,e pensandomi immersa in un sogno alzai il volto per cercare quelle parole su un corpo.
Nulla, non vedevo nulla.
La stanza era vuota, solo leggeri scricchiolii sulla mia testa e ancora:”Poi mi sarebbe piaciuto farci un tuffo dentro da quassù,ma tu hai asciugato il mio desiderio”.
Un ranocchietto senza zampe anteriori, con un capo allungato a mò di pera,se ne stava arrampicato sulla lastra della luce al neon,intento a farmi credere che alla fine il dispetto glielo avevo fatto io.
“Scendi giù, è pericoloso”.
E in un balzo si ficcò nel letto.
Se solo avessi avuto il coraggio di aprire gli occhi prima mi sarei certamente accorta che l’autore di quel disastro non sarebbe potuto essere che lui,viste le fotografie e le cartoline appese appena sopra la spalliera del letto:”Così sei un amante del mare”.
“Si amano le cose che si conoscono, io il mare l’ho visto sempre e solo in foto, più che altro mi definisco un ricercatore”.
Carmelino, si chiamava Carmelino, e stava chiuso qui dentro da quando ne aveva memoria.
“Oggi è la giornata dell’aria, ci portano tutti in giardino e ci parlano di botanica, si prende un po’ di sole,si passeggia,il sabato è così”.
“Ma allora siete tutti in grado di camminare?”
“Non tecnicamente, ma tanto ci sono le macchinette a scontro”.
Le chiamava così le carrozzelle, a lui non servivano,e a me pareva proprio che da ricercatore qual era se ne dispiacesse persino.
“E tu non sei andato, ti senti male forse?”
“Affatto, volevo solo parlare con te, volevo confessare”.
Carmelino mi insegnò a tenere alta la testa mentre lavavo pavimenti e detergevo porte.
Ventitrè personaggi di cui conobbi nevrosi e manie, genialità depresse,deformità che riuscirono a risultarmi simpatiche,anche funzionali talvolta,come le sei dita di Filippo,un colosso che m’era d’aiuto nel catturare la polvere e irretire zanzare dove nessuna spazzola arrivava.
La piccola Rosa, alla quale erano precluse le fave, per lei s’erano mobilitate tutte le scuole elementari del quartiere che le facevano arrivare settimanalmente pacchi di lettere dove si raccontavano gli aneddoti più strani sull’ortaggio, i sapori e i gusti che i bambini percepivano la facevano sognare e sentire meno sola, secondo i racconti dei suoi coetanei,oggi le bacche da sgranare le apparivano delle comode amache dondolanti,domani degli orribili vermoni pelosi.
Festeggiammo anche un matrimonio, il battesimo d’un bambolotto immerso nel secchio dell’acqua saponata, figlio di Camilla e Peppe, due down innamoratissimi.
Figli tra loro non ne sarebbero mai arrivati, lo sapevano bene, era stata una delle primissime cose che mi avevano raccomandato:”Siamo frutti bacati,non possiamo dare vita a niente di buono”.
Avevo gettato a terra il piumino mangiapolvere e gl’avevo detto in tutta furia:”Se tutti i frutti fossero bacati come lo siete voi,desidererei un mondo bacato,e che non vi venga più in testa di parlare in questo modo.”
Avevano trasportato un letto nuovo al quarantadue,più alto e più comodo,ma a me risposte non erano concesse,non ne sapevo niente,avrei atteso la sorpresa come tutti i pazienti del reparto.
Sulle sue gambe,senza stranezze d’alcun genere ad eccezione di un pancione in dolce attesa,fu la volta di una donnina affranta,imbronciata,che trascorreva quelle ore del mattino versando lacrime silenziose girata su un fianco.
“Ma non potresti almeno bagnare il letto col tuo pianto prima che Marina lo cambi?”Demetrio ripeteva questa frase ogni giorno, finché la donnina disse:”Dimmelo tu allora,testa o croce?”
“E a che ti serve?”fece Demetrio.
“A decidere quale tra i miei bambini avrà salva la vita.”
A troncare quell’orribile gelo ci pensò in un attimo Camilla, che con la testolina bassa,si sistemò gli occhiali sul naso e avvicinandosi al letto della donnina triste disse sputacchiando:”Immagino che sia molto brutta la tua storia. Almeno però un bambino lo potrai avere, io invece andrò sempre in giro col bambolotto.”
Carmelino proponeva:”E se la natura ti avesse voluto premiare con un bambino talmente completo che non poteva essere contenuto in un corpo solo, così ne ha fatto uno e mezzo,diciamo uno e mezzo,non due di cui uno da sopprimere.
Così non sarà ucciso nessuno”.
Con tutte quelle chiacchiere a Sveva s’erano asciugate le lacrime,s’era fatta forza con la fantasia ingenua di quel mondo delicato.
Fu poi Camilla che non smise di piangere per tre giorni, quando seppe che la sola bambina nata dalla donnina, aveva preso il suo nome. Questa volta il battesimo lo fecero in chiesa e tutto il reparto partecipò colorando festoni e fiocchi elicoidali per la festa di benvenuta che si svolse con la partecipazione di tutti;Camilla regalò il suo bambolotto a Sveva,le disse che ormai,con l’onore che le aveva fatto,poteva immaginare che la sua piccola siamese sarebbe stata anche un po’ figlia sua.
Quando la stampa trapelò fin lì, quando Carmelino con le sue ricerche riunì in consiglio tutti i membri del reparto e funereo e solenne dichiarò:”Hanno trovato una cura che andrà bene per tutti noi. L’eliminazione.”
Fece un’ arringa delle migliori sbracciando in aria come se avesse avuto gli arti superiori più lunghi e più forte di ogni altro essere,come se in quella sua testa a pera si distribuisse un computer in verticale dei più ineccepibili.
Spiavo quel monologo dalla porta del bagno per paura di essere tirata in ballo,giacchè,con la poca istruzione che mi ritrovavo,avrei sfigurato al cospetto di un giudice tanto fervente.
“Avete capito bene, niente più conati umani, niente più abbondanze o carenze della natura,cromosomi in più o in meno,teste doppie,allungate,topi sottovetro,down e autistici sterili rinchiusi qui dentro,la genetica produrrà esseri perfetti d’ora in avanti,niente più teste che si ingegnano per farci guarire,ma solo per non farci nascere.”
Poi s’era chiuso in un mutismo di protesta, pensavo io, e gli altri l’avevano seguito senza indugiare.
“E di noi che ne faranno?”chiese dopo giorni Peppe, che s’era tenuto in caldo il quesito più atteso tra tutti.
“Aspetteranno la nostra morte, la accelereranno, ci spediranno in qualche circo forse?”
Ma Carmelino, che pareva imperturbabile, schiacciò la testa sul cuscino e rimase muto.
Sentivo vociferare per i corridoi date in cui avrebbero con lieto piacere annunciato lo scioglimento delle camere, il giorno in cui, per farla breve, avrebbero spedito a casa tutti i personaggi,dal momento che,non ci sarebbe più stato un misero motivo per tenerli lì dentro, per studiarli, analizzarli, curarli.
Vidi, senza rendermene conto il reparto svuotarsi fino all’ultimo orrore, fino all’ultimo scherzetto sottovetro,fin quando fui costretta a ripetere meccanicamente le operazioni di pulizia in favore di nessuno eccetto che per quattro mura vuote.
Ora che sono qui, ed ho imparato a tenere alta la testa tra i mostri non c’è più nessuno per cui valga la pena superarsi,scavalcare se stessi,prendere coraggio e guardare.
Certo è che questo non sarà più il covo della sofferenza per nessuno, non ci saranno più frutti bacati per mano della natura, niente più oscenità costrette a nascondersi immediatamente dopo un parto, ma per le strade del mondo, forse con un po’ d’egoismo, andrò ricercando con gli occhi spalancati,quel cosmo di eccessi ed abbozzi,così delicati,al margine tra l’esistenza e il nascondiglio, che ho avuto per un momento il privilegio di scontrare.
Presentazione
Incontri di anime che, indossando l'abito pret-a-porter dello schermidore letterario e incrociando le lame con dei leitmotiv prescelti, dispongono su un tavolo comune esperienze, spunti e traguardi, sotto l'egida del disimpegno. I susseguenti dibattiti, intuitivi e fugaci, non li riportiamo per mancanza di tempo e anche, invero, per quel rispetto sacro che si deve all'autore: caro navigatore anonimo, puoi dunque cogliere l'occasione per esplorare testi e tematiche in tutta verginità riflessiva e quiete. E, se le considerazioni altrui a un certo punto attizzassero in te, vivo, ma educato e controllato, il fuoco della partecipazione critica, rilassati: nessuno ti negherà il diritto a un'espressione liberamente civile su queste stesse pagine binarie.
Buona lettura.
Buona lettura.

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