di Niccolò M.
Il bottone fece la sua prima comparsa un imprecisato giorno di circa 2800 anni fa sulla scena della fiorente Valle dell'Indo. Non sono noti a noi occidentali miti sulla sua genesi...
La rugiada colava discreta e volubile dall’edera del primo tempio di Harappa, e il sole vi filtrava da ferire dolcemente chi ne avesse incrociato lo sfavillare. Intorno, il verde luminoso dei pascoli punteggiato dal confuso rimescolarsi dei greggi di capre. I grandi occhi scuri di Vani si ridestavano a poco a poco nello scintillìo di curiosità inappagata del giorno appena svanito. Mantenendosi immobile e vedendosi schiarire lo sguardo sonnolento oltre la soglia, pensò che le lacrime della vedica Sarasvati, bagnando la valle sottostante l’altura del tempio, avevano concesso al bello del mondo di condensarsi in un insolito scorcio di purezza e fertilità, quella mattina.
Non aveva mai creduto troppo ai sacri Veda, il giovane Vani dal torace di cerbiatto: una sorta di indifferente ma benevolo tepore lo avvolgeva nell’osservare la vecchia Sharada intenta nel ricamo di quadri della sacra triade vedica o del paradiso di luci e colori circostante l’eterno fluire del Ghaggar-Hakra, ammantata di un esperto distacco. All’interno del proprio mondo di pienezza spirituale in cui era rinchiuso, sentiva di non comprenderla. Meno di tutte le favole religiose che dal canto suo si sforzava di sviare da sé tutte le volte, soggiacendovi in un blasfemo silenzio, per quanto i canti ciclici del brahmino del distretto, alti e schietti nel cielo, lo avessero oramai erudito a sufficienza. “Ripetizione di scalpello... Scalpellante ripetizione...”, rifletteva tra sé. Strabuzzò gli occhi nervosamente accorgendosi del vecchio Shonapunya, il quale, seduto su un masso pronunciato appena fuori l’uscio, con la cetra intonò gli intensi toni maggiori dell’Iniziazione di Rajastan.
Guidato dalle note dell’anziano suonatore, la mente si librò delle ali della fenice, altrove. Era passione quella che ricercava: non per se stesso, che si era già appropriato di una contemplazione dinamica del cosmo attraverso la musica, la pittura e un’estemporanea attività d’ingegno pratico, ma per il suo distretto urbano, un agglomerato mediamente abbiente e tutto sommato tranquillo, dove quasi mai il vento accarezzava una foglia morta con troppa violenza da separarla dalle altre.
Ma quella mattina l’esile stelo color miele del cerbiatto, ancora avvolto nel lino della lettiga intarsiata dove giaceva, aveva avvertito una brezza animata insinuarsi tra i corridoi e le mura basse e incrostate del santuario. “L’inverno… Presto.” Già l’orchidea astrale che spuntava dai ciottoli lisci poco al di là della soglia, mostrava segni di stanchezza.
Saltò scompostamente oltre il candore di lenzuola e, dondolandosi come al solito in posizione fetale, urlò oltre l’ingresso, verso i monti: “Monte Sacro, gioca con me!”. La supplica isolata e il riverbero che ne scaturì gli diedero una sensazione destabilizzata di piacere.
Mezzogiorno. Il corno della torre d’osservazione est levò il quotidiano mugghiare soffuso e baritonale dello zenit.
Dall’entrata del tempio, dove lo sguardo del ragazzo si era fin lì posato, si diramavano tre sentieri lambiti da rocce, uno dei quali, nella postura confortevolmente scomposta che aveva assunto, partiva dalla sua abitazione e si rendeva visibile sino al lembo più lontano. Osservò una macchiolina nera riempirsi di definizioni cromatiche e di tratti, e chiarirsi di eleganti movenze brune lisciate dal chiarore del sole. Riconobbe così Arya crine-di-Manipur, prima che ella gli fosse accessibile a un’ultima occhiata verificatrice. Avevano condiviso molti eventi negli anni, dal gioco innocente dell’infanzia, all’istruzione linguistica dal maestro Darja, prima che lei dipartisse, unendosi in matrimonio al fratello di un noto commerciante di loto del circondario. Ma Arya non aveva smesso di provare per lui un amore fraterno. Di tanto in tanto Vani la vedeva sorgere a poco a poco dal sentiero di mezzo, e quando ciò avveniva il viso gli si rischiarava di una dolce serenità fanciullesca. Sapeva che non accorreva, come invece gli altri, per pregare Sarasvati, ma per rinnovare assieme, con gesti rassicuranti e sorrisi di seta, la fiamma di un legame oltre le parole, radicato nella spensieratezza della loro origine comune.
Quel fisico scuro e snello, da gazzella indiana, i seni floridi, il naso piccolo e a punta, gli zigomi alti e regali come altari di Tara le erano adesso di fronte. Le sorrideva dolcemente con occhi in luna piena. Poi, le lunghe leve della gazzella si arcuarono e reclinarono, a poggiarsi sulla stuoia parzialmente logora, vicina all’alcova dove era il ragazzo. Egli nel frattempo si era eretto sulla schiena, le gambe sommerse dal mare di lino.
“Sei mancato all’acquedotto, giù a valle. E anche la sera, di ritorno dal turno ai panni, per quanto facessi la strada di casa passando dal terreno retrostante il tempio, non riuscivo mai a trovarti”. La gazzella poggiò la testa sulla spalla del cerbiatto, che, accorgendosi di quell’improvviso ostacolo motorio, diminuì appena il dondolìo. Rimanendo adagiata, notò sopra l’altare una pelle parzialmente lavorata di yak in lento scivolìo dal bordo su cui riposava approssimativamente, sepolta da un groviglio di materiale usato, selci di varie dimensioni e levigatezza, e legacci strappati.
La ragazza si diresse velocemente a raccoglierla, e, dopo averne scrutato la peculiarità in un corno di rinoceronte attaccato tramite uno dei legacci, tornò infine alla stuoia. Vani l’aveva seguita con la coda dell’occhio, più per l’insolita repentinità dell’evento, che per gelosia nei confronti di ciò che ella aveva avuto l’impudente impeto di agguantare. Uno di fronte all’altro, Vani fissava il lastricato di pietra, e, dopo aver disegnato un movimento vano e innaturale con la mano, dapprima sfiorò il lembo inferiore della pelle con un dito, poi la afferrò saldamente, rivendicandola finalmente per sé. La ragazza, che la teneva al petto, cedette senza opposizione.
Le pupille di lui non accennavano a distogliersi dalla terra mentre faceva passare sensualmente il dorso della mano sulla sua creazione, cercandone i punti più morbidi. Lentamente, con la stessa sicurezza, estrasse da sotto la lettiga una selce e prese a segnare con intensità sempre maggiore, fino a bucarla appena, l’estremità della facciata opposta alla cordicella.
Porse l’indumento alla gazzella, che, in una intenerita perplessità, ricevette e indossò il dono.
Non le donava, pensò lei.
Vani le mise con innocente goffaggine una mano sul petto, in corrispondenza del legaccio, e lei posò dolcemente la mano sopra la sua. Un minuscolo lampo le illuminò l’occhio. Dopo qualche istante, sussurrò con fermezza all’orecchio del cerbiatto: “Con queste due armi bianche permetterai alla gente di nascondere dolori, follie e passioni dietro alle maschere pubbliche della sobrietà e dell’equilibrio.”
Ancora oggi, quando le persone stringono asola e bottone nel naturale intreccio, possono udire, nel loro fruscìo, lo sfregare delle mani dei due giovani.
Presentazione
Incontri di anime che, indossando l'abito pret-a-porter dello schermidore letterario e incrociando le lame con dei leitmotiv prescelti, dispongono su un tavolo comune esperienze, spunti e traguardi, sotto l'egida del disimpegno. I susseguenti dibattiti, intuitivi e fugaci, non li riportiamo per mancanza di tempo e anche, invero, per quel rispetto sacro che si deve all'autore: caro navigatore anonimo, puoi dunque cogliere l'occasione per esplorare testi e tematiche in tutta verginità riflessiva e quiete. E, se le considerazioni altrui a un certo punto attizzassero in te, vivo, ma educato e controllato, il fuoco della partecipazione critica, rilassati: nessuno ti negherà il diritto a un'espressione liberamente civile su queste stesse pagine binarie.
Buona lettura.
Buona lettura.

2 commenti:
perdete cinque minuti per leggere questo racconto;parla una lingua musicale,descrittiva,talmente appropriata da sembrare muta.
pendolo cadenzato e ritmico in un tempo lontano e mitco.
complimenti all'autore.
Grazie mary, troppo buona!
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