di Niccolò M.
Il campo visivo era latteo, sinistramente adamantino intorno a lei. Una luce senza fonte avvolgeva l’aria, lo spazio, tutto quanto. Si avvicinò dove intuiva ci fosse un muro, un qualsiasi dannato limite. La sua ombra la anticipò. Fece per toccare la barriera con i propri arti, a saggiarne la compattezza, la realtà: in quel momento, un moto impercettibile di impotenza le pervase il guscio di gomma dura. Per quanto si sforzasse di partorire da sé un braccio, una leva, non ne vedeva la proiezione reale ondeggiare sinuosamente nell’aria. Cominciò a girarsi e rivoltarsi nelle otto direzioni, eclettica e ansiosa, sulla superficie perfettamente rotonda della sua massa. Del luogo in cui si trovava non vedeva che le ombre di alcuni angoli. Unendoli a mente, tracciò qua e là con la vista quadrati bidimensionali della misura delle pareti: era forse un cubo quello spazio tridimensionale di cui non conosceva che la desolante omogeneità? Ma gli sovvenne che poteva altresì trattarsi di un labirinto, per quel poco che sapeva dell’estensione della gola impenetrabile che la circondava interamente.
La stessa percezione visiva della prospettiva le procurava, intanto, un abbaglio uniforme da toglierle l’aria dagli occhi, lasciandola in preda a un gonfiore crescente che le ovattava la vista. Desiderava urlare, se non per sfiatare il nervosismo, quantomeno per comprendere la dimensione del luogo ignoto che la teneva silenziosamente in grembo. Fu allora che si accorse di non avere l’orifizio per farlo. Realizzandosi in cattività, si scagliò disperata contro quelle pareti indistruttibili. Esse, per tutta risposta, emisero un rumore sordo. “Intollerabile”, rifletté istintivamente. E allora, giù! Più rispondevano, e più lei sbatteva con impeto, nella furia del delirio. Sfinita, si fermò lentamente, riposando il pulsante corpo sferico. All’improvviso si alzò un rumore assordante di bolide. Fu un attimo, poi nuovamente quell’insostenibile silenzio profondo, scandito dai battiti cardiaci dello sforzo. Ora la agitava l’afonìa del luogo, più di qualunque sua indecifrabilità e di qualsiasi dolore oftalmico le potesse mai procurare. Ecco, d’un tratto si sentì volare sul fianco, tangente e sospeso, un fascio di luce biancastra. Tanto bastò per attirarle l’attenzione. La linea era persino più luminosa della stessa trappola: “Di una luminosità differente”, si corresse la sfera, che nel frattempo non riusciva a sciogliersi, impietrita dal terrore della propria fertile immaginazione. Quel coltello di luce, mantenendosi ben teso e accecante, cominciò a premere sul suo fianco, a trapassarla. La sfera si sentì pervadere di una forza nuova, un insolito tepore - confortevole, pensava -, e cominciò a sfaldarsi a spirale dall’epicentro della collisione, rivelando la follia policroma del suo nucleo. Mentre le prodigiose frattaglie colavano via bagnando l’asettico piano bianco, si abbandonò alla metamorfosi, quieta.
Presentazione
Incontri di anime che, indossando l'abito pret-a-porter dello schermidore letterario e incrociando le lame con dei leitmotiv prescelti, dispongono su un tavolo comune esperienze, spunti e traguardi, sotto l'egida del disimpegno. I susseguenti dibattiti, intuitivi e fugaci, non li riportiamo per mancanza di tempo e anche, invero, per quel rispetto sacro che si deve all'autore: caro navigatore anonimo, puoi dunque cogliere l'occasione per esplorare testi e tematiche in tutta verginità riflessiva e quiete. E, se le considerazioni altrui a un certo punto attizzassero in te, vivo, ma educato e controllato, il fuoco della partecipazione critica, rilassati: nessuno ti negherà il diritto a un'espressione liberamente civile su queste stesse pagine binarie.
Buona lettura.
Buona lettura.

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