Presentazione

Incontri di anime che, indossando l'abito pret-a-porter dello schermidore letterario e incrociando le lame con dei leitmotiv prescelti, dispongono su un tavolo comune esperienze, spunti e traguardi, sotto l'egida del disimpegno. I susseguenti dibattiti, intuitivi e fugaci, non li riportiamo per mancanza di tempo e anche, invero, per quel rispetto sacro che si deve all'autore: caro navigatore anonimo, puoi dunque cogliere l'occasione per esplorare testi e tematiche in tutta verginità riflessiva e quiete. E, se le considerazioni altrui a un certo punto attizzassero in te, vivo, ma educato e controllato, il fuoco della partecipazione critica, rilassati: nessuno ti negherà il diritto a un'espressione liberamente civile su queste stesse pagine binarie.
Buona lettura.

Circolo Letterario Nomade

Analitica comunicativa meta-filosofica

di Leonardo F.

Quasi tutta la filosofia analitica ha postulato, rivisitandoli nei secoli, a mò d’ una spontanea riproduzione tra specie simili, due cardini maestri, due concetti-subconcetti (per dirla con Kant, “categorie”) irrinunciabili e necessari.
Seguirò un ordine a mio parer logico durante tutta l’esposizione, che mi impegnerò a chiarire, nel caso ve ne fosse bisogno, “in sul calar del sole”.
Partiamo dalla prima considerazione, la quale enuncia l’impossibilità di concepire un oggetto al di fuori dello spazio e del tempo. Voglio in questa sede tralasciare annotazioni sull’eternità, sulla possibilità d’una vita postuma, sulla presunta esistenza aliena, ecc: tali velleità speculative rischierebbero di offuscare il nucleo positivo, la chiave di volta dell’intero, seppur assai ristretto, sofferto scritto.
Non è mai semplice, se non in stadi superiori di estasi religiose, ammettere la finitezza del nostro essere: dirlo a se stessi, mostrarlo agli altri, esser posseduti da quest’idea che fuorvia sentimenti e pathos, distanza e contatto. Io sono me, ma anche quest’altro,che a sua volta è se stesso e quell’altro, quell’altro che non è scontato sia Io. Io dunque sono in-me in quanto sono in-lui, e questo movimento binario e concentrico (irrappresentabile folle perversione per la geometria analitica) presuppone, o meglio è presupposto, proprio dal concetto sopra chiamato. Mi spiego: immaginiamo due o più palline di gomma che rotolano sul pavimento di una stanza chiusa; esse andranno prima o poi inevitabilmente a collidere tra loro, ed in virtù di tale incontrarsi/scontrarsi giungono ad un istantaneo e fugace punto d’arrivo che è anche sempre allo stesso spazio/tempo una nuova linea retta/curva di partenza. Richiamo il tutto al modo d’un analitico vecchio stampo, utilizzando il modus exprimendi che gli era peculiare, il sillogismo: lo spazio/tempo (la stanza chiusa) costituisce l’universale, gli enti fisici non statici (le palline di gomma) rappresentano il generale, mentre l’atto e la potenza (l’incontro tra gli enti) sono il particolare. In altre parole, siamo costretti dalla gabbia dell’umano dinoccolare a comunicare. Mi limito ad un solo, efficace esempio: l’atto del concepimento, allorquando milioni di spermatozoi (si noti la sottile vicinanza tra l’etimologia del termine, dal greco “ta spermata”, “i princìpi” e la grassa utilizzazione che di questo l’analitica ha fatto) vengono a contatto tra loro per pochi minuti, fino a quando l’unico superstite della marosa uterina riesce ad entrare in porto, nella sua nuova e temporanea baia. Attraversiamo quindi tre stadi, eseguendo due salti mortali: dall’uomo, alla donna, alla vita, cioè nello spazio/tempo. Questo è la nostra vita, un essere per la specie: un grande gregge brucante nel recinto di spazio e tempo.
Da questa poco organica analisi, che ripugnerebbe un romantico, così come un logico ortodossoed un filisteo speculativo, se ne viene a dedurre che la comunicazione non è un atto volontario, bensì un’attività costretta, non con la violenza ma sempre con la forza d’un potere assoluto: un potere che non si può destituire perché al di fuori di spazio e tempo, non appartenente alla tua stessa categoria e quindi semplicemente inattaccabile. E’ il legame che ci unisce, noi enti fisici dotati della facoltà di dilettarci in fonemi: un nesso necessario e perciò mai esteticamente qualificabile nella visione del Croce, ma neanche così perfetto da impedire che qualche elemento interrompa a suo piacer il proseguo della Storia. Una connesione sociale, un mescolarsi dalla luminosa nascita all’oscura morte, dove la decomposizione ci dà la possibilità di rivoltar le carte, di ribaltare il Nord ed il Sud nella nostra prospettiva.
Passiamo ora, come credo si possa ormai venire, al secondo aforisma di chi fece dell’analisi concettuale il suo cavallo di battaglia (se si sia poi trattato d’un tallone d’Achille è una stuzzicante quanto inessenziale curiosità): l’uomo non è in grado di concepire l’Infinito. Si tratta di una parola vuota e morta, giacchè, si potrebbe in questa sede arguire, essa esiste solo nell’illusorio mondo del linguaggio teologico: l’Infinito, si intenda esso, per alleggerire un po’ il tutto, un’entità divina, è il Soggetto che come un potente stregone fa scadere i suoi soggetti a predicati del proprio predicato. Non vorrei civettare troppo con l’impostazione metodologica che Hegel, nella sua “Fenomenologia”, diede alla questione: basti qui ricordare che tutta la filosofia romantica tedesca fu costretta a fare i conti con tale evidente problematica, essa stessa derivante, perlomeno per la cultura europea, dal “Vangelo”: il termine infatti, traslato dal greco cristiano, significa letteralmente “messaggio di bene”. Dio stesso, l’Infinito ad hoc, si annuncia agli uomini, comunica con loro. Il fatto che si tratti di un comunicare univoco e non reciproco illustra meglio di mille esempi l’osservazione seguente: viviamo perennemente nel sogno d’una relazione impossibile, di un linguaggio incodificabile. Questo è l’insieme nel quale siamo costretti a vegetare, un cerchio ben definito e non superabile: ma in ogni perfetta determinazione c’è del Bello. Pensiamo a come ad esempio i miliardi di componenti del nostro organismo si relazionano affinchè ci possa essere la vita. Ed e’ proprio in e da questo con-esserci, come amava ribadire l’umanista Heiddeger, che l’umanità può scovare il senso dell’umano esistere: essendo individui associati afflitti dalla maledizione d’un finito ben definito, abbiamo quasi il dovere, in senso extra-morale, di toccarci, di far in modo di allargare, per quanto si possa, le maglie della nostra specifica unicità.
“Da questo brevissimo trattato risultano evidenti le falle costitutive della logica e della metafisica analitica”, potrebbe asserire un qualsiasi teologo biblico: ma queste mancanze sono in realtà delle consapevoli rinunce a quella totalità agognata disperatamente da coloro i quali rendono omaggio a quell’ “umano,troppo umano” che condusse il padre di Zarathustra al manicomio.
“Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”, scriveva qualche secolo fa un noto fiorentino: lui che per comunicare il suo amore dovette salire fin su in paradiso. E proprio questa fatica, quando viene ricompensata, regala un’enorme gioia: il raggiungimento, seppur sempre parziale, di quell’ “umanamente umano” di cui la psyche, già ai tempi del dialogico Platone, sentiva l’inesauribile desiderio di nutrirsi a volontà. Resomi ora conto d’esser arrivato a termine, mi scuso per la disarticolata esposizione, confidando non nelle mie capacità, ma nella vostra inesauribile finezza interpretativa. Concludo con un richiamo di scarsa rilevanza storica, ma di forte valore ermeneutico: il più odiato dei filosofi dai filosofi stessi, per la difficoltà esegetica del suo comunicare, fu Eraclito di Efeso detto “to stokeinos”, l’“oscuro” appunto.

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