Presentazione

Incontri di anime che, indossando l'abito pret-a-porter dello schermidore letterario e incrociando le lame con dei leitmotiv prescelti, dispongono su un tavolo comune esperienze, spunti e traguardi, sotto l'egida del disimpegno. I susseguenti dibattiti, intuitivi e fugaci, non li riportiamo per mancanza di tempo e anche, invero, per quel rispetto sacro che si deve all'autore: caro navigatore anonimo, puoi dunque cogliere l'occasione per esplorare testi e tematiche in tutta verginità riflessiva e quiete. E, se le considerazioni altrui a un certo punto attizzassero in te, vivo, ma educato e controllato, il fuoco della partecipazione critica, rilassati: nessuno ti negherà il diritto a un'espressione liberamente civile su queste stesse pagine binarie.
Buona lettura.

Circolo Letterario Nomade

Voto a morte

di Leonardo F.

Un sole mellifluo e bollente era già alto in cielo; una palla infuocata illuminava tutta la città e ben oltre la città, delineando quella linea dell’orizzonte che ricorda sempre all’uomo la sua finitezza.
Il sole riscaldava tutta l’acropoli recentemente restaurata da Fidia, una sorta di moderno architetto omosessuale maniaco della simmetria, nonché pieno di fronzoli e velleità. Una fiumana di ateniesi sopraggiungeva minuto dopo minuto, accalcandosi come capre, per assistere a quello che oggigiorno definiremmo “l’evento dell’anno” (peccato che nel 399 a.C. non potessero ancora esserci televisioni di tutto il mondo lì pronte a riprendere tutto); quella mattina era infatti in programma l’attesissimo processo a Socrate figlio di Sofronisco e Fenarete, i quali settanta’anni prima avevano concepito un neonato dalla fronte ampia e col naso schiacciato da mastino.
Socrate aveva corrotto i giovani; Socrate aveva introdotto culti diversi da quelli ammessi nella polis; Socrate insomma aveva fatto veramente incazzare le autorità cittadine.
Per tutta la vita Socrate se ne era andato a zonzo per la città a caccia d'interlocutori allo scopo di cercare qualcosa che potesse anche solo avvicinarsi all’aletheia, ad una verità vicina all’uomo ed estranea all’intercessione divina. E quale miglior metodo di quello dialogico per aprire quelle teste dure, a metà tra una noce che deve essere violentemente spaccata ed un guscio dal quale una lumaca timidamente a poco a poco trova il coraggio di uscire?
Era fastidioso, Socrate: un tafano che si divertiva a punzecchiare, scalfendola pian piano, la coscienza ottusa e conformista dei più; un demone interiore aveva affidato a lui, proprio a lui che solo sapeva di nulla poter sapere, la difficile missione di fornire agli altri strumenti utili a scavare nella propria psiche, nell’anima intellettiva e raziocinante.
Era diventato troppo celebre, il personaggio più scomodo degli ultimi cinquant’anni: proseliti e discepoli, a mo di un pellegrinaggio pre-cristiano, venivano a trovarlo da tutte le parti della Grecia, e in lui, come nelle braccia di un messia, ripinevano l’esegesi delle proprie esistenze.
Il Potere si era servito di tre menzonieri prestanome, Meleto, Anito e Licone, i quali, in cambio di cariche pubbliche di quart’ordine, avevano formulato accuse calunniose e mistificatrici, quanto mai lontane dal vero.
Quella mattina invano Socrate si difese pubblicamente, nonostante la sua brillante arringa faccia tutt’oggi eccitare per la sua acutezza i migliori retori forensi. Per uno scarto di quindici miseri voti l’umile ingengo par excellence veniva condannato a morte. Trascorse gli ultimi trenta giorni di vita in una celletta sotterranea, tra i pianti isterici della moglie Santippe, che altro non facevano se non aumentare la tensione, e le parole confortanti e calde dei fedeli amici di sempre.
Non lo attendeva una morte prematura e gloriosa come il prode Achille; ad aspettarlo c’era un misero bicchiere di cicuta che avrebbe silenziosamente fatto cessare il suo battito. Chissà cosa pensò in quei momenti: “Maledetti idioti, ingrati e dementi!”, oppure, “Beh, settant’anni in fondo sono una buona età per morire”.
Fatto sta che il blasone del suo nome ha attraversato i secoli, ed il senso della sua opera è giunto sino a noi. E tutto ciò non può essere connesso al fatto che al tempo anche un solo voto aveva l’enorme potere di decidere tra l’alba e il tramonto, tra l’essere e il nulla, tra la vita e la morte?

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