di Niccolò M.
Dicono che il desiderio carnale sia autoaffermazione. In un’epoca dove chiunque, che sia in sella a un purosangue saldo e tornìto o a un puledro bastardo, si arroga il titolo di cavaliere errante nella giostra che ha preventivamente truccato, anche il voto atrofizza chi non lo dà, più di chi non se lo vede ricevere. Privo di voto, sei colpevolmente atono, albero di un sentiero alpino che, trascesa la natura di condanna all’immobilità, sfugge alla demarcazione. Puoi destreggiarti sul filo dell’equilibrista, al di là del bene e del male, né sguardo né guardato, solo scegliendo la via morta che rinchiude in una vita vegetativa. Privo di metro che misuri il tuo spessore verticale, sei asintetico, ma già compiuto. Eppure, per quanto esponente di un’umanità senza volto, intrattieni almeno un legame di stampo contingente col divenire. Sopprimendo il naturale mettere all’indice, al contrario, ti releghi in una torre dai battenti serrati, proprio mentre le sue fondamenta di argilla la tradiscono, non lasciando alla sua gola cavernosa di legno marcio e tufo altro che un grido strozzato dall’abisso in deglutizione. Vedi salire la notte sopra la tua nudità celeste ed estendersi a perdita d’occhio, rendendo il buio padrone dei tuoi bronchi.
Chi invece lo esercita con senso pratico e particolarità, sa che il voto è un momento attivo-passivo, prima individuale che sociale, per quanto i due ambiti siano fra loro in un rapporto univoco e condizionale. Dall’ottica del singolo, il giudizio è un lancio di occhiate chiuse e disperate; esponi un corpo alla deriva rispetto al bozzolo ovattato e opaco del suo centro gravitazionale. Socialmente, è un boomerang che fai vibrare in aria per giustificare e rimarcare il tuo credo, augurandoti che un ente super partes, non la ragione umana arrogantemente plenipotenziaria, devii il suo percorso in una minuscola crepa della Storia, prima faticosa effrazione. Il ritorno, qui tutto negativo, dell’oggetto al proprietario è, ahinoi, affare del governante moderno. Deceduti gli aristoi, proscritti da congiurati dal ghigno amichevole, il giudizio del popolo sui propri capi - anzi quello dell’umanità intera su se stessa - si è fatto disarticolato, vago e astratto come un pendente ferro damòcleo. L’uomo moderno è, già nell’atto giudicante più immediato, un capriccioso angelo mietitore di Innocenza. Occlusa la fonte aurea della Dignità, voto e giudizio sono astragali in mano a giocatori ciechi di Divertissement o a scommettitori fatali, aventi, al massimo dell’ottimismo, la mira di ovviare a un destino più esecrabile. Erano i tempi in cui dio era da poco evaporato dall’aniceo rombo del tuono e dalla linfa delle radici ed era asceso all’algido iperuranio, perché eravamo regrediti alla contemplazione inerte di quella saggezza e rettitudine che ritrovammo nelle nostre guide terrene, un tempo felici come Sisifo in mezzo a noi pietre vive e inconsapevoli.
Presentazione
Incontri di anime che, indossando l'abito pret-a-porter dello schermidore letterario e incrociando le lame con dei leitmotiv prescelti, dispongono su un tavolo comune esperienze, spunti e traguardi, sotto l'egida del disimpegno. I susseguenti dibattiti, intuitivi e fugaci, non li riportiamo per mancanza di tempo e anche, invero, per quel rispetto sacro che si deve all'autore: caro navigatore anonimo, puoi dunque cogliere l'occasione per esplorare testi e tematiche in tutta verginità riflessiva e quiete. E, se le considerazioni altrui a un certo punto attizzassero in te, vivo, ma educato e controllato, il fuoco della partecipazione critica, rilassati: nessuno ti negherà il diritto a un'espressione liberamente civile su queste stesse pagine binarie.
Buona lettura.
Buona lettura.

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