Presentazione

Incontri di anime che, indossando l'abito pret-a-porter dello schermidore letterario e incrociando le lame con dei leitmotiv prescelti, dispongono su un tavolo comune esperienze, spunti e traguardi, sotto l'egida del disimpegno. I susseguenti dibattiti, intuitivi e fugaci, non li riportiamo per mancanza di tempo e anche, invero, per quel rispetto sacro che si deve all'autore: caro navigatore anonimo, puoi dunque cogliere l'occasione per esplorare testi e tematiche in tutta verginità riflessiva e quiete. E, se le considerazioni altrui a un certo punto attizzassero in te, vivo, ma educato e controllato, il fuoco della partecipazione critica, rilassati: nessuno ti negherà il diritto a un'espressione liberamente civile su queste stesse pagine binarie.
Buona lettura.

Circolo Letterario Nomade

55 giorni

di Leonardo F.

55 giorni: questo il tempo che intercorse tra il 16 marzo ed il 9 maggio di trent’anni fa, tra il sanguinario e scenografico rapimento di via Fani (non foss’altro che per i 95 colpi sparati in 70 secondi ed i 5 cadaveri sull’asfalto) e la silenziosa, intima esecuzione nel covo-bunker di via Montalcini.
55 giorni trascorsi tra appelli e proclami, tra arresti ed interrogatori, tra posti di blocco ed intercettazioni, tra piste sicure e meno sicure soffiate: tra la flebile speranza di una lieta conclusione e l’ingombrante consapevolezza di un tragico ed inevitabile epilogo.
55 giorni durante i quali due opposti schieramenti si affrontarono dialetticamente e non solo: da una parte i socialisti di Craxi, tra tutti il più energico, comunisti, radicali e un pugno di democristiani pronti a trattare con i carcerieri per tentare di salvare la vita del prigioniero; dall’altra lo zoccolo duro della DC, da Andreotti a Fanfani, da Zaccagnini a Cossiga, decisi a non scendere a patti con i brigatisti, poiché anche un solo accenno di trattativa avrebbe significato un riconoscimento politico, col conseguente crollo, a sentir loro, della santità delle istituzioni e dell’idea stessa di Stato liberale fondato sull’organum della democrazia parlamentare.
55 giorni durarono i colloqui tra il boia ed il condannato: il primo, Mario Moretti, emiliano di nascita ma torinese d’adozione, cresciuto nel triangolo industriale tra i collettivi di fabbrica, da quattro anni leader delle BR; di fronte l’onorevole Aldo Moro, presidente della DC e già due volte Primo Ministro, cattedra di Diritto Pubblico alla “Sapienza” di Roma, moglie, due figli ed un nipotino di tre anni, Luca, al quale durante la prigionia indirizzerà una lettera di commovente profondità. Due modi opposti d’intendere la politica e la vita, una partita giocata in una stanzetta insonorizzata 2m. X 1m., un giocatore dal volto barbuto e pulito, l’altro coperto da passamontagna; una partita che termina alle sei del mattino nel bagagliaio di una Renault 4 amaranto con nove colpi di una mitraglietta Skorpion calibro 7,65 che alle spalle trivellano, maciullandolo, il corpo di un uomo capace di andare incontro alla morte con una rara e rassegnata dignità. Nove, il numero perfetto, tre volte tre: macabra simbologia per un uomo di fede come Moro.
Ma tutto ebbe inizio molto tempo prima di quei 55 giorni, allorquando già agli albori del XVI secolo la scienza, intesa non più solo come techne, iniziò a soppiantare le categorie di valori giudaico-cristiani che da più di due millenni l’avevano fatta da padroni.
Nei quattro secoli successivi la Storia ha assistito a repentini ribaltamenti d’ogni forma ed intensità: dalle piccole battaglie alle guerre mondiali, dal pensiero all’azione, dallo spiritualismo al materialismo, dalla fede alla ragione illuminata, dalla specie all’individuo, dalla lentezza alla rapidità. E spazio e tempo non bastano più. Bombe che rapidamente demoliscono interi paesi, droghe che rapidamente bruciano cervelli, rapidissime automobili che vanno a schiantarsi lì dove capita, e milioni di persone che rapidamente ogni anno continuano a morire di stenti.
E forse allora, dall’altro della sua grandezza, Moro non a caso scriverà nell’ultima lettera alla famiglia, quasi a monito per le future generazioni: “Dopo la mia morte, tutto sia calmo”.

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