Presentazione

Incontri di anime che, indossando l'abito pret-a-porter dello schermidore letterario e incrociando le lame con dei leitmotiv prescelti, dispongono su un tavolo comune esperienze, spunti e traguardi, sotto l'egida del disimpegno. I susseguenti dibattiti, intuitivi e fugaci, non li riportiamo per mancanza di tempo e anche, invero, per quel rispetto sacro che si deve all'autore: caro navigatore anonimo, puoi dunque cogliere l'occasione per esplorare testi e tematiche in tutta verginità riflessiva e quiete. E, se le considerazioni altrui a un certo punto attizzassero in te, vivo, ma educato e controllato, il fuoco della partecipazione critica, rilassati: nessuno ti negherà il diritto a un'espressione liberamente civile su queste stesse pagine binarie.
Buona lettura.

Circolo Letterario Nomade

Scelta è conquista!

di Flavia L.

La mia scelta oggi è un bocconcino di mozzarella fresca, turgida di frigo e gocciolante.
Morbida come pongo, ma gelida fra le dita, la estraggo dalla busta come un agnellino dal ventre materno.
La poso sul piatto già guarnito, a completare un set di colori vivaci, un miscuglio di sapori estivi.
Con un rivolo d’olio profumato la incorono regina al cospetto dei suoi sudditi:
i pomodori rosseggianti, un po’ cocciuti, perché nascono dalla terra;
i chicchi di mais, che nel piatto si travestono da pepite d’oro e si pavoneggiano perché a lungo sono stati accarezzati dal vento;
il tonno, fra le carni più pregiate dell’oceano.
Suprema scelta è la cremina alla nocciola montata sul caffè: cerco di usarla con parsimonia,
ma è sempre troppo poca.
Scoperta per dovere, ora è fra le più grandi conquiste della giornata.
A lungo l’ho rincorsa fra bottegucce e supermercati, infine l’ho trovata, triste sola, e un po’ umiliata, accerchiata da decine di panne montate. E’ un piacere vederla affondare piano piano, squagliarsi lentamente, ma prima che si sia del tutto arresa al voglioso abbraccio del caffè ne riservo sempre una puntina per le mie labbra goduriose.La digestione non può avere inizio senza un chiaro ed inconfondibile segnale, e quel segnale è la mia, tutta mia, meravigliosa, cremina alla nocciola.
Il dolcetto di fine pasto, anche quello va scelto con cura: dovrò chiedermi se questo è il giorno del biscotto, del cioccolato, del gelato, della torta, o della ciambella. Di preferenza scelgo la ciambella, soffice e gustosa, sempre a temperatura ambiente, ti impiastra un po’ la bocca ed il sapore ti rimane a lungo sulla lingua.
Questo pomeriggio sceglierò che fare: deciderò se abbandonarmi ad una piacevole indolenza che mi accompagni sino alle soglie del sonno, oppure nutrire questi miei avidi occhi. In tal caso, cavalcherò salite e discese, non temerò i ripidi sentieri, i torvi animali scolpiti sui portoni, fiancheggerò alberi alti e sconosciuti, e mi ricongiungerò alla rosa dei venti, là dove il sole non brucia, i caldo non affanna, e i rumori, come impazziti, si annegano nel profondo lago del silenzio. Da qui la vista si protende su colline, prati e montagne, su tetti rossi, cime di torri e campanili: spettacolo raro, dono di una natura misericordiosa, plasmato dall’operosità di un uomo buono; indelebile traccia di un’educata civiltà cristiana. Lì seduta, sentirò di aver trovato una casa, più sicura di una fortezza e più accogliente di una reggia, e mentre i miei occhi si inebrieranno dei colori del cielo e della terra, un treno passerà veloce in lontananza, per poi celarsi un attimo dopo alla vista. Sarà allora che davvero mi accorgerò di non udire più nulla, neanche un brusio, neanche una flebile eco, come se in quella corsa apparentemente innocua, il treno mi avesse strappato dalle orecchie ogni più piccolo germoglio di udito. Quando un soffio di vento avrà chiamato il mio nome, voltandomi appena un poco, rivedrò acanto a me il solito bimbo curioso che, avendo afferrato il cannocchiale con entrambe le mani, spintolo con tutte le sue forze, lo avrà puntato in alto (non certo alla giusta altezza), ritrovandosi a spiare il grande manto blu del cielo.
Ma col tempo insieme all’azzurro si schiuderanno ai suoi occhi tutti gli altri colori del mondo; crescendo conoscerà ogni altra sfumatura e tonalità gettata dalla luce sulle cose e dalla vita in ogni sua giornata. Quando ciò avverrà, io sceglierò di essere ancora lì, in quell’angolino grande più dell’universo intero, a guardare.

Sogni, arte e psicanalisi

di Flavia L.

Sbracato racconto di vita; sgraditi allarmismi sulla mia sanità mentale.

Un nuovo sogno. Inaspettato come un temporale estivo. Mi trovo dentro ad un tunnel, semibuio, pieno di sporcizia e sento che c’è qualcosa nell’aria, come se si stesse per scatenare un’epidemia. Alla fine del tunnel, ai miei occhi si apre una landa sconfinata, circondata da un bosco scuro e sinistro. Fa freddo e c’è un vento fortissimo. Le raffiche piegano gli alberi e li fanno ululare. Il cielo, già molto nuvoloso, si oscura del tutto, coperto da un’infinità di piccolissime nubi nere che corrono veloci come saette sopra la mia testa. So cos’è: è la malattia, l’epidemia, che mi ha raggiunto. Mi porto dietro (ma dietro da cosa?da dove vengo e dove sto andando?) un grande cuscino color ocra, sbiadito e consumato dal tempo, e lo tengo stretto fra le braccia, temendo che il vento me lo strappi via: ma non può succedere, è troppo grande, troppo pesante. Eppure, in un attimo, una raffica me lo strappa con furia, lo fa roteare nell’aria, lo scaglia lontano da me. Io inizio a rincorrerlo, col cuore alla gola, in preda al panico e all’ansia, perché so che l’unica cosa che devo fare è non perderlo. Lontanissimo da me il cuscino piomba a terra, e una piccola donna tutta trasandata e sporca corre a prenderselo, rubandomelo sotto gli occhi; poi, all’improvviso, si materializzano intorno a me tante persone, pallide come fantasmi, e mi urlano di non farmelo rubare, che è tutto ciò che ho e che se lo perdo non avrò più nulla. Ma ormai è troppo tardi: la donna è scomparsa e con lei il mio cuscino. Sono disperata, mi travolge un terribile senso di colpa. Mi sento nuda, non so dove dormirò, né quello che farò. Ho paura, terribilmente paura.

Quando mi sveglio da sogni del genere mi sento come paralizzata dallo spavento. Ho ancora addosso una sensazione forte di angoscia, come se qualcosa del mio io nel sogno ancora mi stesse parlando. E’ come se i mondi del mio inconscio e del mio conscio si incontrassero, solo per un istante, prima che io mi rimpossessi totalmente della mia razionalità e in quel breve attimo io riuscissi a vedere cosa c’è in quel mondo della mente, così rarefatto ed impalpabile. E’ come guardare da un vetro appannato, o dal buco di una serratura. Ogni volta ci ritrovo la stessa ragazza impaurita e disorientata, che mi chiede aiuto con lo sguardo, ma non osa parlarmi. Non è quantificabile questo tempo, non so neanche se è qualcosa che si svolge nel tempo della realtà o solo nel tempo della mia mente.

I miei sogni, molte volte, sono sogni di malattia, di morte, di terrore, di paura e di preghiera. Sono sogni in cui il male è in agguato, è vicino a me, di cui sento il respiro sulla pelle. Sono sogni pregni di un simbolismo un po’ oscuro, un po’ inquietante: niente ha il minimo senso, preso singolarmente, ma insieme, ogni cosa animata o inanimata, sembra funzioni, sembra che mi parli e che mi suggerisca qualcosa. Quando tento di ripercorrere l’esperienza vissuta dal mio inconscio in un sogno, mi sconvolge la profondità della mia mente, il grado di complessità che essa raggiunge, come se il mio cervello passasse da una forma quadrata ad una prismatica e in quel prisma, dove le pareti non sono più calcolabili, non c’è più prospettiva, non si individuano più le entrate e le uscite, la mia mente si riflettesse in una miriade di specchi, si scomponesse e divenisse infinitesimale. Scopro così che il mio cervello ha potenzialità assolute, è un organo a sé, che io non controllerei affatto se esso non mi permettesse di farlo: non potrei imbrigliarlo se non fosse lui a lasciarselo fare. E tuttavia mi domando cosa succederebbe se potessi non dominarlo più e cedergli invece il controllo di me stessa, magari solo una piccola parte. L’idea mi intriga, solletica la mia fantasia, ma al tempo stesso mi terrorizza. So che non sarei più la stessa e che nessuno più mi riconoscerebbe, che forse potrei sprofondare nella più totale pazzia, nella più inguaribile delle insanie mentali; ma so anche che la mia capacità intellettiva e percettiva si potenzierebbe a tal punto da riuscire a decifrare il più complesso e raffinato dei crittogrammi: l’universo intero e le leggi che lo governano.

Tempo fa, trovandomi a Parigi, mi capitò di visitare la mostra di un’artista francese, Louise Bourgeois, al centro Pompidou. Le opere che vidi mi colpirono profondamente e misero in moto dentro di me un lento, sofferto affiorare di sensazioni fortissime che quasi mi stordirono. Mi sentii vacillare, così assalita da quella tempesta emotiva. Mi parve, camminando in quelle stanze adibite per l’esposizione, di essere catapultata inaspettatamente in uno dei miei ricorrenti sogni notturni, giacché mi trovai di fronte a sculture ed oggetti dai colori vividi e dalle forme più ambigue, che sembravano mutare ad ogni battito di ciglia, e mi evocavano uno strano e contraddittorio senso di maternità misto ad un non so che di primitivo e ferace. C’erano poi delle celle, simili a piccolissime stanze circolari, circondate da porte di legno; fra una fessura ed un’altra delle porte, unite fra loro a formare come degli esagoni, si scorgeva all’interno e si intravedevano a fatica oggetti di ogni sorta: letti sgangherati, carillon invecchiati, avambracci e mani che si toccavano e si stringevano, forme trafitte da frecce, appese alle pareti consunte, sottane ingiallite, schegge di ossi… Ognuno di questi oggetti calamitò il mio sguardo e quasi mi ipnotizzò, intorpidendomi le gambe: sentii un forte bisogno di entrare nelle celle, di vedere più da vicino, di toccare con le mie mani, ma c’erano quelle robuste porte ad ostacolarmi. E poi, superato lo stordimento, camminando oltre, mi trovai in stanze semibuie piene di gabbie, al cui interno penzolavano decine di sedie impagliate, vecchie e spesso zoppe, e ingabbiati, insieme alle sedie, numerosi altri oggetti, di nuovo inaspettati ma gravidi di angoscia.

In quel pomeriggio d’inverno, colsi forse per la prima volta l’essenza dell’arte contemporanea: quella capacità sconcertante di penetrare la mente e porti di fronte a qualcosa che razionalmente non sai spiegare ma che ti mette in contatto con la parte più recondita e oscura della tua mente, con tutto quel convulso pompare di sensazioni che non riusciamo ad esternare con le parole. E’ un’arte che ci psicanalizza e ci atterrisce per la sincerità con cui ci parla di noi stessi.

Nostalgica memoria

di Maria Rita D. B.

Caro,
caro si,caro come il più dolce dei ricordi che luminoso ed oramai etereo siede nel cuore ed agita il pensiero.
Riesco ancora a toccarti.
Riesco a trovarti.
Sei nei giorni ripetuti della settimana e nei mesi dell’anno proprio come quando ho imparato a distinguerli,a contarli, sei nel pugno grande che abbracciava il mio mentre stringevo una matita e con il tratto indeciso costruivo case,alberi,e lettere sparse,a guidare il mio polso nel disegnare riccioli barocchi sulle C e sulle D in una grafìa prudente,dimessa.
Ancora dritto in un impermeabile e serio, nel cortile di una scuola elementare.
Tu verso un polo, io verso l’altro. Tu, in fila per la riconsegna delle chiavi, io con il palmo appena aperto per riceverle in prestito.
C’è un nodo da marinaio lì nel cerchio della vita, almeno della mia. O forse ce n’è più d’uno.
In quell’intoppo corroso e logoro ti trovo quando mi cerco,ti trovo insieme all’eternità,ma poi ti piango,quando corrotta e materialista,mi perdo nella credenza di essere più forte della mano dell’universo,quando m’illudo che il cosmo sia sottomettibile ai miei capricci da infante.
Mi interrogo,con preventiva nostalgia,sull’esistenza di un luogo,di uno spazio dell’anima che potranno ancora,ed ancora una volta tramite il caso,tramite un’assegnazione involontaria e del tutto non richiesta ai quali potermi sentire aderente senza ragione,radicata visceralmente anche senza volontà,e senza lotta né impegno per mantenerne l’ equilibrio.
Ma la retorica mi viene in soccorso priva d’intelligenza e mi suggerisce svilente che l’immutabilità di ciò che per eccellenza non lo è, non ci è permesso richiederla,ma l’anima,quella,cammina e perdura immortale per ogni via.

Orfeo alla -1

di Niccolò M.

Sulle zolle di plexiglass fumé,
dietro il riverbero blu dei passi,
le impronte deflagrano iridescenti.
Cielo di piombo:
fischia una brezza sinistra.
Il musico ha le dita annodate dal tempo,
un feltro autunnale gli stringe l’anima di vetro nouveau.
Blu e iride nell’Aperto,
oltre le lingue luminose della civiltà,
fra canyon in fibra di vetro.

Radici

di Flavia L.

Ciò che chiamiamo radice è l’inizio di una vita che si insinua prepotentemente nel mondo. Nasce come immacolata concezione fra centimetri di duro cemento, con una forza tutta in nuce, tutta timida e ritrosa, che a ben conoscerla però, ha pari intensità di quella prima atomica esplosione che diede origine e forma al cosmo. Nell’asfalto corroso dal tempo, freddo e muto, sceglie di insinuarsi, come tarlo nel legno, dando vita ad un tenero ciuffo d’erbetta, ed il piede del frettoloso polita , da tempo estraneo ad ogni forma di comunione con la natura, si stupirà nel trovarselo lì, e penserà che da quel nulla, da dove pur esso è nato, tutto proviene.

Radice è quel pensiero che come un miracolo, come brezza che asciuga il viso gocciolante di sudore, giunse ad allietare la mente del grande musicista, stanco di sentirsi così grande e affaticato da ore di studio; quando piantò bandiera nel fertile humus del suo cervello, e diramò le sue radici, quel pensiero gli fece comporre una melodia di insuperabile bellezza, che ancora oggi, quando ne sentiamo l’esigenza, sa riappacificarci col mondo. Pensava, ormai, di odiare il suo strumento, di essere giunto al termine di tutto, ma proprio allora giunse quel pensiero, e pose radici in ogni angolo del suo corpo – nei piedi lessi e gonfi, negli occhi stanchi, nelle ginocchia doloranti e nelle orecchie tristi- ed egli si sentì come un purosangue liberato dalle briglie, lanciatosi verso l’orizzonte. Quel pensiero fu per lui come profeta, e grazie ad esso capii che era nato per fare ciò che stava facendo, e che era stato un miscredente qualsiasi a dubitarne.

Ogni cosa intorno a noi è radice. Seduta sui gradoni della Fontana Maggiore, contemplo il mastodontico Palazzo dei Priori e ammiro il selvaggio grifone perugino, che calpesta con baldanza le catene sottratte a Siena; accanto a lui, il leone, simbolo del partito guelfo, mi punta come se da un momento all’altro dovesse ruggirmi il mio destino: insieme i due animali dagli artigli letali sono le radici di questa città, ma sono anche le mie radici, e quelle che ogni altro viaggiatore cerca in questa grande ed accogliente piazza, culla di storia e civiltà.

Radice è il passato scolpito su marmo, su pergamena, carta, o campo di battaglia. E’ ogni cosa che trova spazio per crescere e svilupparsi, come un talento, o un sogno; ma è anche ciò che ci tiene attaccati ai remi dei nostri piccoli navigli, tremanti e timorosi di sfidare il mare aperto.

La testa

di Flavia L.

Quando troppi pensieri
si affollano nella mente,
il caos mi annienta,
e si frantuma
in tanti pezzi
lo specchio che mi separa dal mondo,
come stordita da giorni di cammino
sotto un sole africano,
perdo l’equilibrio;
i miei occhi si serrano,
la mia testa
scivola di lato
ed incontra la tua mano,
che si chiude su di essa
come il coperchio
di uno scrigno,
come pugno
su un grappolo d’uva.
Il tuo palmo sta forte sul mio viso,
le tue dita salde fra i capelli,
ed io mi sento
come un mucchietto di zucchero
raccolto dal
cucchiaio,
scoprendo
come anche nei piccoli gesti
possa palesarsi l’amore più
sublime.

Commiato

di Maria Rita D. B.

Tutt’intorno, un pullulare di voci.
Una folla mai immaginata prima d’ora, stretta e trepidante, radunata tutta in questa piazza grigia, in un giorno senza sole.
Questa moltitudine attende con la clessidra alla mano la mia fine.
Ho gli occhi chiusi, e quand’anche provi a tentare un movimento delle palpebre verso l’alto, mi accorgo di avere il volto serrato in un cappuccio scuro.
Sono in piedi, e sussulto ad ogni minimo spostamento.
Non ho paura, non c’è più tempo per provarne.
L’attesa per questo giorno è stata una pesca d’aspetto; una resa incondizionata senza posto per l’umana compassione.
Anestetizzato e stordito, è la follia dell’impotenza a suggerirmi questi pensieri.
Non c’è tremore,ma rimpianto.
Il rimpianto per una privazione; non quella per la vita che mi stanno per strappare,quanto per questo taglio netto e sordo che scioglierà ogni legame tra il mio corpo e la mia testa.
Mi porteranno via questa scatola pesante e polifunzionale,questo labirintico ripostiglio dell’anima,comunicante tra interno ed esterno.
Puniranno il crimine che ho commesso portando via il luogo nel quale gli ho dato forma, poi corpo ed infine vita.
La residenza intrinseca d’ogni mio gesto, d’ogni ricordo, d’ogni stagione trascorsa;
e m’accarezzo nostalgico il capo,pazzo,e m’inginocchio percuotendolo sulla terra per giocare d’anticipo.
E non odo più alcun brusìo attorno, la folla attendeva la rivelazione del mio diavolo, la compostezza non fa scandalo.
Nessun soffio di vento tra i capelli fu mai tanto disperato.

Sudditanza Psicologica?

di Leonardo F.

Per i Neozelandesi il rugby rappresenta molto più di un semplice sport: si tratta della loro stessa identità nazionale, del loro polmone pulsante attraverso il quale sono perlopiù conosciuti nel mondo.
Circolano varie leggende sugli All Blacks: la più nota narra che si vestano tutti di nero in segno di lutto per gli avversari. Non male vero? E che dire poi della mitica Haka, che viene intonata prima dell’inizio di ogni incontro? Una danza di guerra che richiama un passato ancestrale, allorquando, nella notte dei tempi, dal caos cosmico prese forma il nostro pianeta. Un ricordo rivolto agli antenati che sono sempre vivi in loro, i quali combatterono contro nemici d’ogni razza e provenienza in difesa d’uno sparuto gruppetto di isolette sparse nel Pacifico: in breve, una forte simbologia d’identità e appartenenza, epidermica e mentale.
Immaginate uno stadio gremito che di colpo si ammutolisce allorquando il capitano della squadra dà inizio alla danza: dietro di lui altri 14 neozelandesi incazzati che si percuotono petto e ginocchia, strabuzzando gli occhi e mostrando in segno di sfida la lingua: 15 animali inferociti e pronti a tutto. Molte formazioni avversarie girano loro le spalle, non li guardano neanche, perché, dicono, la haka terrorizzerebbe anche Lucifero in persona.
In questo c’è certamente molto di psicologico: annichilire gli avversari freddandoli ed impaurendoli fino ad immobilizzarli, come le 15 statue che circondano gli Uffizi di Firenze; far capire loro che non potranno vincere, e che presto saranno travolti da un’enorme nube nera.
Eppure sono più di vent’anni che gli All Blacks non vincono la coppa del mondo, da quel lontano 1987 che li vide, per la prima ed ultima volta, sul tetto del mondo. Ma il rugby è un gioco strano, in cui i pronostici sono spesso ribaltati.
Resta però il fatto, indiscutibile tra gli esperti, che restino sempre e comunque i migliori, dai maestri maori ai bianchi tatticamente preparatissimi: centinaia di chili di forza esplosiva, velocità, cuore e spavalderia. Irritanti a volte, ma pur sempre leggende viventi: professori della nobile arte della palla ovale.
E poi tutti sanno che, come scrisse qualche anno fa il giornalista sportivo, nonché ex nazionale italiano Marzio Bruseghin, “Giocare contro gli All Blacks è come prendere un’autostrada piena di camion contromano, e sperare che vada tutto bene”.